

Nella notte tra il 26 ed
il 27 ottobre 1918, sotto la pioggia battente, reparti di Arditi della I Divisione
d' Assalto, partendo dal Montello, attraversarono su precari ponti di barche
il Piave in piena e misero piede su un banco di sabbia, fortificato e difeso
ad oltranza dagli Honvéd della XI Divisione Austroungarica.
La battaglia fu cruenta e costituì una fase decisiva nel contesto della
Battaglia di Vittorio Veneto che portò al vittorioso epilogo della
Grande Guerra.
Quel lembo di terra sabbiosa, intrisa del sangue di tanti Eroi di entrambi
gli schieramenti, in seguito prese il nome eloquente di "Isola dei Morti".
Oggi la località è stata adibita a parco e zona verde, con un
cippo commemorativo dedicato agli Arditi caduti e l'attigua Chiesetta consacrata
alla Madonna del Piave.
Nell'ambito di una ricerca, iniziata alcuni anni fa, sulla presenza ed entità
delle orchidee spontanee del Veneto ed essendomi proposta un'indagine accurata
della sponda sinistra del Fiume Sacro alla Patria, è stato per me logico
ed agevole "approdare" all'Isola del Morti.
La zona si trova a circa due chilometri e mezzo a sud di Moriago della Battaglia
su terreno erboso a substrato calcareo, formatosi dalle alluvioni del Piave.
Il paesaggio vegetale è molto variabile e possiamo incontrare degli
ambienti molto diversi caratterizzati dall'alternanza di entità vegetali
e floristiche.
Dai viali realizzati a raggiera con vertice il piazzale monumentale, si passa
alla pineta incolta o al boschetto di latifoglie, per imbatterci poi in aree
umide e, successivamente, in prati semi aridi, dove abbondano le Stipa eriocaulis
(Lino delle Fate) che localmente vengono chiamate "mamai" ed alle
quali viene dedicata un'annuale festa primaverile.
La ricchezza e la variabilità di questo habitat ha permesso l'evolversi
di ben ventuno specie di orchidee, fatto estremamente eccezionale per un territorio,
tutto sommato, abbastanza limitato.
Nei boschi ombrosi possiamo riconoscere la Neottia nidus-avis, il Limodorum
abortivum, tra le poche orchidee prive di clorofilla, e la Listera ovata,
volgarmente chiamata Giglio verde.
Ai lati dei viali si rinvengono la Cephalatera, in entrambe le forme tipiche
C. damasonium e C. longifolia e le comuni Platanthera chloranta e P. bifolia.
Nei prati soleggiati vegetano l'Anacamptis piramidalis, la Gymnadenia conopsea
e le Orchis tridentata e O. coriophora.
Nei radi boschetti di latifoglia troviamo l'Orchis militaris e la Dactylhoriza
fucsi, qui rara, altrove molto comune, ed ai loro margini la precoce Orchis
morio e le tardive Epipactis helleborine, E. muelleri ed E. atrorubens, mentre
la zona umida ospita l'Epipactis palustris.
Ma le vere principesse di questo insolito regno sono le splendide Ophrys,
che possiamo contemplare un po' ovunque e che ci ammaliano con le loro forme
fastose e gli incantevoli colori.
Così accanto all'Ophrys insectifera, detta Fior mosca per la forma
del suo labello, e all'Ophrys apifera, chiamata comunemente Vesparia, incontriamo
abbondantissima l'Ophrys holosericea,
vera ed incontrastata star di questa sfilata di dive.
All' Isola dei Morti, riveste notevole importanza scientifica il secondo ritrovamento,
in ambito mondiale, di una nuova sottospecie di Ophrys
apifera, chiamata tilaventina, dall'antico nome latino del fiume Tagliamento
(Tilaventum), presso cui fu rinvenuta per la prima volta, in provincia di
Pordenone.
Questo esplodere incontrastato di meravigliose entità floristiche nella
pace di questo luogo consacrato, potrebbe farci ipotizzare che Madre Natura
abbia anch'essa voluto rendere omaggio ai nostri Caduti con quanto di meglio
previsto dal suo… repertorio.
Luisa De Savi
Nelle ultime due edizioni delle Mostre
Naturalistiche organizzate dalla nostra associazione in occasione della festa
patronale annuale, sono stati esposti, in appositi terrari, alcuni esemplari
di Insetto stecco, che hanno riscosso notevole interesse, soprattutto presso
i visitatori più giovani. Ciò constatato ho pensato che potesse
essere d'interesse esporre qualche nozione sull'etologia di questi simpatici
esseri. Gli insetti stecco e i loro "cugini" gli insetti foglia,
appartengono all'ordine dei Phasmatodea ; il nome Fasmidi deriva dal greco
"phasma" che significa "apparizione" o "fantasma",
per la peculiare caratteristica di confondersi con l'ambiente che li circonda,
a tal punto da farli apparire invisibili. Questo loro mimetismo è praticamente
perfetto; il loro aspetto evoca un rametto o una foglia ed è veramente
arduo scorgerli in natura. Se il loro mimetismo non fosse sufficiente a preservarli
dagli attacchi dei predatori, quali ragni, mantidi, uccelli, roditori e lucertole,
essi sfoderano, a seconda della specie, delle armi inattese e micidiali, come
le spine affilate degli arti posteriori dell' Eurycantha calcarata, oppure
arricciano l'addome per imitare gli scorpioni. Alcuni espellono liquidi irritanti
o puzzolenti, altri praticano la tanatosi, fingendosi morti, o ricorrono all'autotomia,
amputando spontaneamente alcune parti del corpo che successivamente verranno
rigenerate. Sono degli insetti a metamorfosi incompleta; cioè i giovani
nascono dall'uovo già simili agli adulti. Come tutti gli invertebrati
la superficie esterna degli Insetti stecco è alquanto rigida e sarebbe
d'impedimento alla loro crescita, se non intervenisse, sei o sette volte nell'arco
della loro esistenza, il cambio della pelle: la muta. Questo è il momento
più delicato e pericoloso dell'esistenza dei fasmidi; durante la muta
non hanno alcun mezzo per potersi proteggere; essi sono fragili e teneri e
possono subire degli infortuni, come ferirsi sulle spine dei rovi. Concluso
il ciclo delle mute, l'insetto diventa adulto. Il maschio è notevolmente
più piccolo ed esile della femmina; talvolta il dimorfismo sessuale
è così marcato, che presso alcune specie, il maschio e la femmina
sono stati considerati per lungo tempo due specie distinte. Esistono due diversi
modi di riproduzione : sessuato dove il maschio feconda la femmina, e partenogenetico
dove sole femmine depongono delle uova non fecondate, dalle quali nasceranno
solamente femmine. L'habitat ideale è costituito dai territori caldi
e umidi tropicali, da dove proviene la maggior parte delle specie esistenti;
anche in Italia, soprattutto al sud, ne sono state scoperte otto specie, di
cui due dovuta ad ibridazioni interspecifiche, ascritte ai due generi Bacillus
e Clonopsis. Tra di essi il più comune risulta il Bacillus rossius,
insetto notturno che si nutre prevalentemente di foglie di rovo. I maschi
sono molto rari, lunghi 4 – 5 centimetri, e si possono trovare solamente
nel meridione d'Italia; al centro - nord si rinvengono solo femmine, che si
riproducono partogeneticamente. I fasmidi sono esclusivamente fitofagi , ci
cibano cioè di vegetali. Raramente creano danni alle colture; qualche
problema si ha nelle isole tropicali per la defogliazione delle palme da cocco
ed in Australia per danni arrecati agli eucalipti. Nonostante ciò la
mortalità in natura molto elevata, limita qualsiasi anomalo sviluppo
delle specie, circoscrivendone l'impatto ambientale. Ultimamente sono sorte,
soprattutto in Inghilterra, Francia e Belgio, delle associazione entomologiche,
rivolte esclusivamente ai Fasmidi. L'allevamento di queste bestiole sta prendendo
sempre più piede anche in Italia, praticato da appassionati che vogliono
portare un po' di Tropici in città, senza grosse difficoltà.
Una volta predisposto un adeguato terrario, l'unica difficoltà consiste
nel difficile reperimento invernale delle foglie fresche di rovo, che risulta
la pianta nutrice per eccellenza. Attenzione bisogna prestare al tasso di
umidità dell'ambiente artificiale, che , se corretto, agevola la muta
dei nostri piccoli amici.
Per chi ama gli animali, ma ha problemi di spazio o di… condominio,
i fasmidi risultano degli ottimi animali da compagnia, silenziosi, poco esigenti
e docili; con cautela si possono anche maneggiare. Sono degli ottimi amici
soprattutto per i ragazzi, che ne sono affascinati e che vengono stimolati
all'amore per la fauna minore ed alla curiosità verso gli aspetti più
nascosti della natura .
Claudio Codato
Aracnidi ….. creature sconosciute
Nella mitologia greca si narra che una fanciulla di nome Aracne volle sfidare
la dea Atena in una gara di tessitura.
Ma, provocando l’ira della dea, venne trasformata in ragno e pertanto
condannata a tessere per sempre.
Aracnidi… simpatia o avversione?
La loro storia inizia 400 milioni di anni fa nel periodo Devoniano dell’era
paleozoica .
Nella sistematica appartengono al sottotipo degli Artropodi, il più
vasto gruppo del regno animale.
La classe alla quale appartengono, comprende anche gli scorpioni, gli opilioni,
gli acari, le zecche ed altri gruppi.
I ragni sono invertebrati, cioè non hanno lo scheletro interno.
Diversamente dagli insetti, che possiedono tre paia dei zampe, hanno quattro
paia di arti, un paio di cheliceri ed un paio di pedipalpi.
I cheliceri sono una sorta di pinze con le quali i ragni aggrediscono le prede,
inoculano il veleno e scavano la tana; i pedipalpi, posizionati tra le zampe
ed i cheliceri, servono loro per alimentarsi e trasportare il seme dall’organo
di fecondazione.
Nel regno animale sono degli straordinari produttori di seta.
Il loro filo è 1.400 volte più sottile di un capello e viene
utilizzato per molteplici finalità: costruire le tele, contenere le
uova, realizzare un rifugio e catturare le prede.
Le loro tele, vere e proprie opere d’arte, possono essere globose, a
imbuto o di innumerevoli altre forme.
Le strategie per cacciare le prede sono varie a seconda della specie.
Alcune, avendo la capacità di mimetizzarsi ed ingannare eventuali predatori,
rimangono immobili sui fiori, altre aspettano nascosti nel fondo di una tana
scavata nel terreno; altre ancora, detti ragni ladri, cacciano sulle tele
dei ragni di altre specie, rubando le prede altrui.
Durante la propria vita il ragno si sviluppa in continuazione, ma la sua pelle
non si dilata, per cui ogni tanto va cambiata.
Questa fase viene chiamata muta. Le specie più grosse mutano più
spesso, i maschi, sovente più piccoli delle femmine, mutano meno.
Tutti i ragni attraversano più mute durante la loro vita ed è
proprio questo un momento particolare per la loro esistenza, poiché,
dovendo rimanere immobili, restano esposti all’attacco di eventuali
predatori.
Il loro mezzo di difesa è il veleno. Quasi tutti i ragni, se toccati
o molestati, possono inoculare del veleno con i loro cheliceri; ma solo alcune
specie costituiscono un pericolo per gli esseri umani.
In persone ipersensibili il morso può provocare reazioni anafilattiche
o sintomi come febbre, vomito nausea.
I veleni tossici per l’uomo sono di due tipi: necrotici e neurotossici.
I primi (necrotici) distruggono i tessuti intorno all’area interessata
dal morso; i veleni neurotossici interessano il funzionamento del sistema
nervoso e la capacità di comandare i muscoli.
Le specie più pericolose appartengono sono Loxoscelex rufescens, Latrodectus
trecicimguttatus (malmignatta), Tegenaria agrestis, Araneus
diadematus (ragno crociato), Lycosa tarentula e Lycosa narbonensis.
Che essere straordinario il ragno! In quasi 400 milioni di anni di evoluzione,
ha conquistato tutti i continenti escluso solamente l’Antartide.
Ha conquistato persino l’ambiente acquatico, pur essendo un animale
terrestre; come ad esempio l’Argironeta acquatica che abita le acque
stagnanti.
Essa è rivestita da uno strato d’aria che, trattenuto dalla peluria
del corpo, le dà l’aspetto di una goccia d’acqua e le consente
di respirare quando caccia in immersione.
E che dire dei ragni del sottosuolo; queste specie, vivendo molto all'interno
delle grotte, sono sovente cieche.
Fu una bella esperienza quando, portando in casa il mio Ficus benjamina alla
fine dell’estate, vi rinvenni una bellissima femmina di ragno crociato.
Vivemmo insieme tutto l’inverno; essa costruiva la tela ed io le portavo
il cibo: una mosca, una cimice. Non mi temeva; quando avvicinavo la mano e
toccavo un filo della ragnatela, usciva dal sua nascondiglio per prendere
il cibo.
E così fino alla primavera; … eravamo diventate amiche.
Luisa De Savi
Tra i dinosauri più affascinanti, si possono senz’altro comprendere gli ittiosauri, grandi rettili marini sorprendentemente simili agli attuali delfini, in tutto e per tutto adattati alla vita acquatica. Gli ittiosauri furono scoperti nei pressi della cittadina inglese del Dorset chiamata Lyme Regis. Si affacciano li nei pressi scogliere composte da strati di calcari e di ardesie ricchissime di fossili, risalenti al Giurassico inferiore, e quindi a circa 150 milioni di anni fa, che vengono continuamente erose dalle onde della Manica, che mettono a nudo i reperti. Malgrado fossili di ittiosauri fossero già stati trovati in precedenza, ed anche descritti seppur erroneamente come resti di coccodrilli, la vera scoperta di questi animali si fa risalire al 1811, ad opera di una bambina di nome Mary Anning, nata nel 1799, e del fratello Joseph, di poco più vecchio. Fu appunto nell’estate del 1811 che essa, accanto agli usuali fossili di ammoniti e belemniti, trovò un cranio, che le sembrò di un drago. Avvertì il fratello che, pur non avendo la minima idea di che cosa avesse di fronte, ne comprese l’importanza, e salvò il reperto. Negli anni successi i due raccolsero altri fossili, e nel 1814 un naturalista inglese, Sir Everard Home, diede la prima descrizione dell’animale, che ritenne erroneamente un anfibio, e per cui propose il nome di Proteosaurus. Fu solo nel 1819 che, a fronte di nuove scoperte sempre a Lyme Regis, molte compiute dai fratelli Anning, venne alla luce uno scheletro intero che, studiato insieme agli altri frammenti già rinvenuti, venne finalmente battezzato Ichthyosaurus, e cioè, dal greco, pesce lucertola, dal geologo W.D. Conybeare. Da allora i ritrovamenti si sono moltiplicati, e famosi sono gli esemplari ritrovati nelle ardesie nere della Germania, che spesso hanno conservato le impronte delle parti molli del corpo, e da cui si è potuto verificare lo straordinario adattamento degli ittiosauri alla vita marina, e cioè, appunto, il fatto che possedevano quattro pinne, risultato della trasformazione degli arti (e ciò dimostrava senza dubbio che discendevano da rettili terrestri, che erano tornati al mare), una grande pinna dorsale senza sostegni ossei e una pinna caudale verticale, sostenuta dall’estremità della colonna vertebrale piegata all’ingiù. Erano rettili in tutto e per tutto acquatici, tanto che partorivano i loro piccoli in acqua, come gli squali, e come testimoniano numerosi straordinari fossili di madri morte al momento del parto, o incinte, e tra i quali va ricordato senz’altro lo scheletro di besanosauro (Besanosaurus leptorhinchus), lungo quasi sei metri, trovato nel 1993 a Besano (Varese), nel cui addome erano presenti quattro embrioni. Erano veloci predatori, di pesci e calamari soprattutto. Le dimensioni di questi animali potevano arrivare, secondo i più recenti studi, anche a 23 metri, come è il caso dello Shonisaurus sikanniensis, un gigantesco ittiosauro trovato negli Stati Uniti, paragonabile ad un capodoglio! I più grandi tra i vari tipi, in ogni caso, arrivavano sicuramente a 15 metri. Poiché vari esemplari sono stati trovati tutti fossilizzati nella stessa direzione, si può supporre che vivessero in branco. Gli ittiosauri vissero dal Triassico (circa 220 milioni di anni fa) fino al Cretaceo inferiore (circa 90 milioni di anni fa), ma il loro apogeo fu il Giurassico (circa 180 milioni di anni fa), come per gli altri dinosauri. Sull’origine degli ittiosauri si è cominciato a far luce solo di recente, grazie ad alcune scoperte in Giappone: lì è stato trovato negli anni ottanta l’ittiosauro più antico, l’Utatsusaurus, che presenta ancora una testa del tutto simile a quella delle lucertole, ma con le pinne! Dagli studi è inoltre emerso che gli ittiosauri, col passare del tempo, hanno modificato la colonna vertebrale, che si è adattata per passare da un nuoto ondulatorio, simile a quello degli attuali gattucci, predatori in acque basse presso la costa, e quindi con una colonna vertebrale molto segmentata, ad una simile a quella dei grandi squali attuali, a testimonianza che gli ittiosauri erano diventati predatori oceanici, che potevano immergersi fino a 600 metri, o probabilmente anche di più, come si deduce anche dalle dimensioni dei loro occhi, che nel caso dell’Ophthalmosaurus arrivavano a un diametro di 23 centimetri; negli occhi degli ittiosauri, inoltre era presente la cosiddetta sclera, un osso a forma di ciambella, che serviva a mantenere la forma dell’occhi, soggetto a grandi variazioni di pressione. L’ultimo grande mistero degli ittiosauri, ancora non risolto, è il motivi dell’estinzione di un animale così perfettamente adattato al suo habitat, che, peraltro, non è stato interessato da cambiamenti traumatici. Si ipotizza una concorrenza con i grandi squali, le cui forme moderne sono apparse in coincidenza proprio con la scomparsa degli ittiosauri, anche se a tutt’oggi mancano prove concrete di una competizione tra i due gruppi.
F abio Zampieri
Il genere Carabus fa parte della subfamiglia•Carabinae.
Sono coleotteri terrestri, distribuiti quasi unicamente nella zona paleartica.
Sono insetti a metamorfosi completa (uovo-larva-pupa- adulto ).
La loro taglia varia da poco più di l cm ad oltre 6 cm.
Di forma slanciata, con capo torace ed addome ben distinti , presentano una
scultura elitrale
varia da quasi piatta ad estremamente scolpita come in alcune specie asiatiche
o con profonde fossette come in alcune specie igrofile.
La loro linea può essere di tinte sobrie, bruna-nera, ma anche di colori
vivacissimi con splendore metallico.
A differenza di altri coleotteri i caratteri sessuali secondari, cioè
le differenze morfologiche
esterne tra maschio e femmina, sono poco marcate. La femmina è più
grande e nel maschio il segmento distale delle zampe anteriori (tarso) ed
i palpi sono dilatati (anche se non ¬proprio in tutte le specie).
Tranne rare eccezioni (carabus clathratus e granulatus ) sono inadatti al
volo poiché le loro ali si sono atrofizzate,
Sono insetti con zampe lunghe, veloci, tipici corridori, alcuni si trovano
a loro agio anche nell'acqua camminando sul fondo o remigando in superficie
(es. carabus variolosus ).
Forniti di robuste mandibole sono predatori crepuscolari e notturni; essenzialmente
carnivori.
Si nutrono di venni, limacce, chiocciole ed artropodi ( larve, pupe ed adulti)
che localizzano tramite i loro organi di senso (olfatto, gusto, tatto, percezione
del movimento) localizzati nei palpi e nelle antenne.
Durante il giorno trovano riparo sotto cortecce, sassi, muschio ed altro pur
peraltro potendo essere attivi in pieno giorno nelle giornate umide e piovose.
Le loro larve sono slanciate, appiattite, con testa armata di robuste mandibole
come si addice ad una larva predatrice ed hanno le stesse abitudini alimentari
degli adulti.( foto larva ).
A loro volta adulti e larve possono essere preda di altri animali, prevalentemente
mammiferi insettivori,
alcuni uccelli ed anfibi.
Gli adulti si difendono, oltre che con l'uso delle robuste mandibole, anche
con la secrezione violenta di sostanze irritanti imparentate con l'acido formico
da parte di ghiandole perianali.
La loro durata di vita è diversa da specie a specie potendo raggiungere
anche i 3 anni.
I loro habitat sono estremamente vari. Qualsiasi ambiente può essere
da loro colonizzato, purchè almeno durante una parte dell’anno
il clima sia sufficientemente temperato ed umido: campi coltivati, aree paludose,
tundre siberiane, steppe dell'Anatolia, foreste, boschi, alte montagne, possono
ospitare questi coleotteri.
Durante la stagione fredda come anche 'nella stagione più calda e secca
abitualmente si rifugiano nel terreno, sotto il muschio, o nel legno marcio
di ceppi o tronchi, dove cessano ogni attività (diapausa invernale
e diapausa estiva).
Per le loro abitudini alimentari, sia dell' adulto che della larva, esercitano
un ruolo utile all'uomo nella lotta contro animali nocivi alla vegetazione.
Enrico Grazioli
L'ipotesi che gli uccelli discendano dai rettili si deve al
naturalista inglese Thomas Henry Huxley, in seguito al ritrovamento di uno
dei fossili più famosi della storia, quello dell'Archaeopteryx, avvenuto
nel 1861 a Solnhofen in Baviera. Come è noto, questa creatura, delle
dimensioni di un corvo, e risalente al periodo Giurassico (circa 150 milioni
di anni fa), presenta uno scheletro simile a quello di un rettile, un cranio
con i denti, gli artigli sulle “zampe”; l'eccezionale conservazione
dell'esemplare, però, dovuta al finissimo calcare formatosi sul fondo
dell'antica laguna, aveva permesso la fossilizzazione anche delle piume di
cui era dotato, facendoci così conoscere il più antico uccello
mai ritrovato. L'animale presenta caratteristiche tali da renderlo l'anello
di transizione tra rettili ed uccelli: il corpo è ancora molto simile
a quello dei rettili, ma presenta già, oltre alle penne con vessillo
asimmetrico, tipico dei volatori, l'osso a forchetta, cioè lo sterno
piatto, con una forma carenata per ancorare i grandi muscoli delle ali, e
consentire il volo. La conclusione cui arrivò Huxley, pur dando vita
ad un vasto dibattito, si affermò col tempo quasi come sicura. Lo studioso
danese Gerhard Heilmann, nel 1926, ipotizzò che gli uccelli non discendessero
dai dinosauri, poiché questi ultimi non presentavano l'osso a forchetta,
ma probabilmente avevano in comune un antenato, forse un piccolo rettile bipede
che, arrampicatosi sugli alberi, aveva iniziato a planare.
Solo nel 1996 il dibattito è ripreso grazie ad alcuni straordinari
ritrovamenti di cui si è avuto notizia, effettuati nella regione di
Liaoning, nella Cina settentrionale, vicino alla Corea.
Nel Cretaceo, circa 120 milioni di anni fa, questa zona era caratterizzata
da una lussureggiante vegetazione tropicale, ricca di felci, cicadee, equiseti
e anche piante con fiori, e soprattutto dalla presenza di alcuni laghi poco
profondi, in cui abbondavano pesci, insetti, gasteropodi, crostacei, bivalvi,
coccodrilli, tartarughe e salamandre, mentre il cielo era solcato da libellule
e pterosauri. Tutte creature che hanno lasciato bellissimi fossili. La presenza
di vulcani attivi ogni tanto soffocava la vita, a causa di eruzioni e cadute
di piogge di ceneri grigiastre che poi, depositatesi sulla superficie dei
laghi, scendevano sul fondo creando delle melme tufacee, che hanno salvaguardato
le piante e gli animali, dando vita a fossili eccezionali. La riscoperta di
questi giacimenti inizia negli anni 80 del secolo scorso, ad opera di scavi
clandestini compiuti dai contadini della zona; molti fossili compaiono nei
mercati internazionali, ed è del 1995 la scoperta, in molti esemplari,
di un uccello denominato Confuciusornis sanctus: è l'esemplare più
antico dotato di un becco uguale a quello degli uccelli attuali, di cui erano
fino allora conosciuti esemplari più moderni di 70 milioni di anni!
Dai molti esemplari ritrovati, si è perfino potuto accertare che presentavano
uno spiccato dimorfismo sessuale: il maschio era dotato di due lunghe, splendide
pinne caudali, come gli attuali uccello lira. Il Confuciusornis, lungo circa
20 cm., era sicuramente un uccello, con ali primitive, come quelle dell'Archaeopteryx,
con artigli sulle ali come quest'ultimo, ma, a differenza del primo uccello,
era dotato di un becco senza denti e di ossa leggere e cave. Il gran numero
di esemplari fossilizzati anche vicinissimi fa ritenere che conducesse vita
gregaria, in grandi stormi, che ogni tanto venivano uccisi dai gas velenosi
vulcanici, e sepolti sui fondi dei laghi.
Nel 1996, sempre da scavi clandestini, apparve il fossile di una creatura,
simile ad un piccolo dinosauro, delle dimensioni di un pollo, con un cranio
dotato di denti aguzzi, e una lunga coda. La conservazione del pezzo era così
straordinaria, da permettere la visione di ogni particolare, compresi i tessuti
molli, e soprattutto una sottile cresta scura di linee fibrose, lungo il dorso,
dal collo alla coda: piume! Si trattava di un piccolo dinosauro piumato. Gli
studiosi del Museo Geologico Nazionale di Pechino, cui alla fine il fossile
giunse, battezzarono la creatura Sinosauropteryx prima. Risalente a 120 milioni
di anni fa, era un terapode, cioè un dinosauro carnivoro, ricoperto
di una lanuggine lunga fino a 4 centimetri, che non serviva per volare, ma
probabilmente per trattenere il calore, e costituisce forse un ulteriore indizio
che i dinosauri fossero animali a sangue caldo.
Fu solo la prima di un'esplosione di scoperte avvenute negli ultimi vent'anni.
Grazie a spedizioni scientifiche, praticamente ogni anno venivano scoperte
nuove specie. Nel 1997 apparvero il Protarchaeopteryx e il Caudipteryx, rettili/uccelli
primitivi molto simili all'Archaeopteryx, con crani ancora dotati di denti,
malgrado siano più recenti di quest'ultimo. Anche nei loro fossili
le piume erano conservate in modo chiarissimo. Rettili o uccelli? Gli studiosi
sono divisi. Nel 1998 ritorna alla luce il Beipiaosaurus inexpectatus, altro
dinosauro piumato, ma con una lunghezza di circa due metri. Riappaiono poi
il Sinornithosaurus e il Microraptor zhaoianus, il più piccolo dei
dinosauri piumati. Probabilmente va inserito tra questi anche l'Epidendrosaurus,
terapode grande come un passero ma con “mani” enormi, simile ai
lemuri, con un dito molto più lungo degli altri per frugare tra la
vegetazione, alla ricerca di insetti; questo esemplare è stato presentato
nel 2002 dall'Accademia delle Scienze cinesi, però è stato ritrovato
in Mongolia interna. Ed è proprio di questi giorni la scoperta di un
altro piccolo dinosauro piumato, il Tianyulong confuciusi, vissuto però
nel Cretaceo inferiore, circa 144 milioni di anni fa.
Non sono mancati neppure i falsi ... Nel 1999 National Geographic Society
presentò pubblicamente un fossile stupendo, della grandezza di un tacchino,
con acuminati artigli, piume in abbondanza, ali, con denti e lunga coda. Il
perfetto anello di congiunzione tra dinosauri e uccelli. Peccato che poi,
sottoposto a indagini accurate, sia risultato un falso realizzato da maestri,
che avevano usato due scheletri autentici, appunto uno di uccello e uno di
un piccolo rettile! L'esemplare, denominato Archaeoraptor liaoningensis, era
costato 80.000 dollari all'incauto compratore.
Questi spettacolari ritrovamenti hanno quindi rilanciato il dibattito, se
gli uccelli siano una classe di vertebrati diversi dai rettili, o se siano
gli ultimi dinosauri ancora viventi. Certo, quest'ultima appare la soluzione
più spettacolare, per attirare l'interesse del pubblico, e quindi finanziamenti,
e ulteriori ricerche ... I dinosauri piumati cinesi, ad ogni modo, sembrano
a molti anelli della catena che porta, dai dinosauri terapodi, agli attuali
uccelli. L'importante, in effetti, è che si continui a cercare e a
studiare.
Fabio Zampieri
Mi piace ipotizzare che sia stata veramente la vista del volo
di una rondine in pieno inverno, magari al di sopra di un candido paesaggio
innevato, ciò che fece coniare ad Aristotele, nella sua opera Etica,
il famoso aneddoto ‘una rondine non fa primavera’.
Ma ciò sarebbe stato ed è ancora possibile?
Si certamente risponderebbero i profani in ornitologia, come me d’altronde,
che non vanno a sottilizzare sulle varie specie o sottospecie di rondini,
che sempre più rare solcano il cielo del nostro territorio.
Lo scorso gennaio, nel primo pomeriggio di una bella giornata di sole, condizioni
piuttosto rare per l’inverno appena passato, e dopo un periodo di instabilità
atmosferica con discrete precipitazioni nevose, ho potuto verificare e confermare
le parole di Aristotele.
Al di sopra dei vecchi muri dell’ Abazia di Sant’ Eustachio di
Nervesa, si librava in un instancabile volo una rondine!
Una rondine in pieno inverno volava su un candido paesaggio innevato!
Nei giorni immediatamente successivi ho potuto riscontrare la presenza di
una decina di rondini in frenetico volo e continue planate, al vicino Sacrario
Militare del Montello.
La curiosità e la voglia di conoscere, dopo qualche ricerca, mi rivelano
che trattasi della Rondine montana, Ptyonoprogne rupestris (Scopoli, 1767)
di abitudini semistanziali e presente in Italia con un areale che spazia dalle
Alpi agli Appennini e con presenza anche sui rilievi delle isole maggiori.
D’aspetto simile ad Hirundo rustica, se ne differenzia per la taglia
leggermente più grande, l’aspetto più robusto e per l’estremità
della coda appena forcuta.
Il piumaggio superiormente è caratterizzato da una tinta grigio-brunastra,
il petto, di colore più chiaro, è grigio- bruniccio pallido.
In volo, quando la coda viene dispiegata, si notano su di essa delle macchie
biancastre, che contrastano con il resto del piumaggio alquanto uniforme.
La rondine montana, chiamata dai francesi Rondine delle rocce, vive e nidifica
soprattutto in ambienti rupicoli, su pareti rocciose battute dal sole ed in
prossimità di qualche corso d’acqua, sia su falesie costiere
, che in montagna fin oltre i 2000 metri in Alto Adige.
Di recente si è notata la colonizzazione di ampie aree urbane pedemontane
del nord Italia, in città in cui abbondino antichi edifici dotati di
cornicioni, dove popolano ponti, viadotti, antiche torri ed anche edifici
monumentali, come possiamo riscontrare al Sacrario di Nervesa e al Tempio
Votivo di Ponte della Priula.
Claudio Codato
Prima di iniziare questo breve escursus su questo gruppo di
invertebrati, desidero precisare che non sono uno specialista del settore,
che mi sono avvicinato ad essi solo da qualche anno e che ho incominciato
soltanto da poco a raccogliere con una certa regolarità esemplari del
loro guscio, soprattutto allorché mi sono accorto che si trattava di
specie che non avevo mai notate prima di allora: correvano gli anni ‘90
del secolo scorso.
Tutto quanto scrivo in questa sede si riferisce a osservazioni ed esperienze
effettuate dallo scrivente in un ambiente molto contenuto, quello del Lido
di Venezia e delle acque marittime e lagunari circostanti: un ambiente, pertanto,
tipico e caratteristico dell’Alto Adriatico.
Non occorre, comunque, essere specialisti per rendersi conto che il mondo
che ci circonda, quello naturale, soffre in maniera sempre più massiccia
ed evidente di un male oscuro la cui causa e dovuta e determinata quasi esclusivamente
dalle umane intemperanze. E non occorre leggere la carta stampata o navigare
in internet oppure ancora vedere i grandi documentari, che i moderni mezzi
di comunicazione ogni giorno ci offrono con ricette più o meno allarmistice,
per capire che oggi la Natura sta correndo un grosso pericolo. E’ sufficiente
mettere il naso fuori dall’uscio di casa e osservare solo con un po’
di attenzione quanto avviene tutti i giorni sotto i nostri occhi, a volte
troppo disattenti e superficiali, per rendersi conto che nei nostri giardini
le farfalle non volano più, che le rondini si vedono sempre meno, che
le api stanno scomparendo e che quando giunge la sera non si ode più
il gracchiare della rana, il trillo del grillo e il canto dell’usignolo.
Quand’ero ragazzino, cinquant’anni fa e passa, quando mi divertivo
come oggi a raccogliere lungo il litorale del Lido di Venezia le conchiglie
che il mare arrabbiato gettava sulla spiaggia, esse non erano tante quante
lo sono in questi ultimi anni e alcune, quelle di certe specie, non si trovavano
proprio.
Il bellissimo bivalve, Solecurtus strigillatus, ai tempi cui mi riferisco,
era praticamente impossibile dopo una mareggiata vederlo spiaggiato lungo
il bagnasciuga del Lido. Oggi, invece, lo si trova di frequente e fino a qualche
tempo fa in grandi quantità e spesso con l’animale ancora vivo
all’ interno della conchiglia. Questo mollusco vive in cunicoli da lui
stesso scavati nei fondali sabbiosi e fangosi dei nostri litorali a una distanza
tale dalla riva che nessuna mareggiata può sradicarlo dal suo habitat.
A toglierlo dal suo sito è l’uomo che con le moderne e sofisticate
tecniche di pesca attuali risucchia tutto ciò che si trova sopra e
sotto la sabbia e riporta il nostro bel mollusco in superficie
per poi ributtarlo in mare in quanto specie non commerciabile, ma talmente
compromessa dal trauma ricevuto da non essere più in grado di sopravvivere.
In seguito ci pensano le correnti a trasportarlo e le mareggiate a depositarlo
sul bagnasciuga.
Per contro, molti anni fa, quando le nostre risorse ittiche sembravano un
bene inesauribile, il mare, dopo aver sbollito le sue improvvise collere invernali,
lasciava a terra sulla spiaggia enormi quantità di “cappe longhe”
e questo avveniva in modo del tutto naturale poiché questi simpatici
molluschi, che scavano anch’essi cunicoli sotto la sabbia, vivono in
acque meno profonde dove il moto ondoso di un mare in burrasca le può
togliere dai loro cunicoli e depositare poi sulla spiaggia. Oggi, questo non
avviene più perché le “cappe longhe”, dove le pescavo
io con le mani, sono quasi del tutto scomparse, sottratte da una pesca indiscriminata
e irresponsabile.
Sono quattro le specie di “cappe longhe” appartenenti alle famiglie
dei Solenidae (solen marginatus) e dei Pharidae (ensis minor, ensis ensis,
ensis arcuatus ) oggetto di una pesca che sfrutta una risorsa al limite della
sopravvivenza. Oggi, infatti, dei gusci di questi molluschi se ne trovano
molto pochi e pescarli con le mani è diventata una mera utopia.
E che dire delle “bevarasse” nostrane, le comuni vongole (chamelea
gallina), che poi tanto comuni non lo sono più, almeno lungo i litorali
che usualmente frequento.
Una volta i pescatori di professione le pescavano con il rastrello a mano,
immersi nell’acqua fino alla cintola in lunghe e faticosissime ore di
duro lavoro. Oggi essi lo fanno con barche a fondo piatto dotate di turbo
soffiante e spesso dove non è consentito, con l’unico risultato
che anche questo piccolo mollusco, delizia dei palati più raffinati,
è diventato sempre più difficile a trovarsi soprattutto per
coloro che lo fanno manualmente come passatempo e per esclusivo uso personale.
Un tempo esso sembrava aderire al detto: “più ne cogli più
ne cresce”, oggi se riesci a prenderne una manciata per il risotto in
famiglia sei bravo.
La stessa sorte accade all’ottimo “caparozzolo” le cui specie
locali (tapes decussatus e paphia aureus) sono in continua flessione. In questo
caso, però, più che la pesca indiscriminata e spesso anche abusiva
(ho sentito parlare nella sola zona di Venezia di percentuali vicine al 50%
di quest’ultimo tipo di pesca) sono le scelte infelici e di tipo speculativo
dell’uomo a fare la differenza. Nel 1983, infatti, è stato introdotto
in laguna, per allevarlo, un mollusco esotico proveniente dal Mare del Giappone
(tapes philippinarum) il quale, molto più resistente dei cugini nostrani,
si è sviluppato a spese di quelli autoctoni conquistando in breve tempo
la supremazia anche fuori dei confini della Laguna di
Venezia arrivando a riprodursi con successo fino alle coste emiliane, a quelle
siciliane, alle tunisine, alle laziali, alle toscane e chissà a quante
altre.
Naturalmente, a preoccupare quanti hanno a cuore l’ambiente in cui viviamo
non è soltanto la vongola filippina, ma anche molte altre specie alloctone,
appartenenti sia al mondo animale che a quello vegetale: sono le così
dette entità “aliene”, specie estranee alle nostre fauna
e flora che, introdottesi più o meno spontaneamente nel nostro territorio,
lo stanno invadendo a causa di una realtà tutta umana la quale globalizza
ogni cosa producendo danni spesso irreversibili per le specie autoctone.
Per quanto riguarda i molluschi cito solo i più comuni e appariscenti:
Anadara demiri, Scapharca inaequivalvis, Rapana venosa, Crassostrea gigas,
ma ve ne sono altri sui quali non mi soffermo, ma che potrebbero trovare spazio
in futuro su altri lavori del genere.
Per contro molte specie di molluschi nostrani si stanno rarefacendo in maniera
sempre più incisiva e visibile, perfino sui banchi dei mercati ittici:
è il caso, per citarne alcuni, oltre a quelli già menzionati,
delle “cape sante” (Pecten jacobeus), dei “canestrelli”
di sabbia e di scoglio (Chlamys glabra; Chlamys proteus; Mimachlamys varia),
dei “calzonelli” (Donax trunculus, dei “caparozzoli scorso
fin” ( Scobricularia plana).
Infine, voglio ricordare il mollusco per eccellenza, anzi, la regina dei molluschi,
la seppia (Sepia officinalis), quella che i pescatori di Pellestrina e di
Chioggia solevano appendere alle sartie dei loro bragozzi ad asciugare per
conservarla durante l’inverno. A quel tempo dalle nostre parti di seppie
ce n’erano tante che sembrava non dovessero esaurirsi mai.
Rammento quando solo una ventina di anni fa, nei mesi di luglio e agosto,
su un fondale di due-tre metri di profondità, in apnea e con l’ausilio
di una fiocina poco più grande di una forchetta, pescavo in un paio
d’ore anche 200 - 250 seppioline per farne deliziose fritture da annaffiare
con un bicchiere di buon vino genuino.
Oggi tutto questo è un lontano ricordo e se mi capita di andare per
seppioline posso solo contarle, quelle che vedo e non sempre prendo, sulle
dita di una mano. Ma forse è soltanto l’età che ha inciso
drasticamente sulle mie capacità natatorie.
Il mare che conosco, quello del Golfo di Venezia, un tempo era ricchissimo;
poi l’uso delle nuove tecnologie di pesca hanno riempito le spiagge
di quantità impressionanti di molluschi di tutte le specie; il fenomeno
è durato qualche decennio, ma da qualche anno in qua ho notato una
inversione di tendenza allarmante: le mareggiate d’inverno depositano
sul bagnasciuga meno materiale di prima e alcune specie di conchiglie non
si raccolgono più; tutto questo può essere solo il sintomo di
qualche cosa che non va, il segnale tangibile che le risorse marine si stanno
impoverendo in maniera sempre più evidente e drammatica.
Ecco il motivo per cui “anche i molluschi piangono”: essi sono
tristi, sono soli, sono sempre meno e non riescono più a soddisfare
le fameliche esigenze degli umani che, malgrado il buon Dio li abbia dotati
di una intelligenza superiore e in grado di discernere ciò che si può
fare da ciò che non si deve fare, non tengono conto delle esigenze
degli altri esseri viventi depauperando costantemente le loro specie e i loro
habitat.
Leonida GRAZIOLI
NOTA: quanti volessero approfondire l’argomento sulle conchiglie di
casa nostra suggerisco il sito internet: http://www.liceofoscarini.it/didattic/conchiglie/,
dove sono elencate e descritte la maggior parte delle conchiglie dei litorali
veneziani raccolte esclusivamente passeggiando sulla spiaggia.